Nella storia del Verona l'impresa non è stata andare in A, ma restarci

Il Verona si presenta. C'è sempre un'emozione in una stagione che parte, quando il sole strangola la città e il pullman per la montagna accende i motori. Dopo 11 anni sarà Serie A. Chi c'era a Piacenza, quel giorno feroce di maggio (il 5, l'Hellas tra i big morì come Napoleone a Sant'Elena), può capire.

 

Ritornarci, in A, è stato un percorso tortuoso, completato da Maurizio Setti, nel solco già scavato dalla proprietà di Giovanni Martinelli. Investimenti elevati, che hanno accompagnato il Verona dalla Prima Divisione fino al sogno che si è realizzato il 18 maggio con il pareggio con l'Empoli.

 

A leggere la storia gialloblù, adesso viene il punto di svolta. Quello della permanenza in una categoria che, dopo la magia degli anni '80, si è fatta nemica dell'Hellas. Una stagione dopo la promozione del '91. Idem nel '96-'97. Prandelli incantò nel 2000, con Perotti arrivò la leggendaria salvezza allo spareggio di Reggio Calabria, quando ormai il Verona era dato per spacciato. Poi Volpi e Hubner segnarono la fine.

 

Dal 1990 in avanti, l'Hellas ha disputato cinque campionati di A. Nello stesso periodo, ne ha giocati quattro in Serie C-Lega Pro. Questo per far capire che quanto affermato da Setti nelle sue dichiarazioni, ripetuto da Sogliano, rimarcato da Donati e Toni, non sia semplicemente una necessità legata al basso profilo da tenere a tutti i costi.

 

La A, amici carissimi, è una bestia rara. Non ti perdona gli errori, ti impone di acquisire una mentalità che non nasce soltanto dal lavoro sul campo, da da un modo di essere che o hai o non hai. 

 

La grande prova del Verona parte adesso, con il ritiro in Val Ridanna, per gettare i semi di un'epopea nuova. Non è solamente questione di risultati, ma di gestione aziendale. Ossia, schiettamente, danari, che sono quelli che comandano. La A dà frutti copiosi se ci rimani, sennò è una trappola mangiasoldi, peggio di un videopoker. 

 

Il Verona l'affronta senza voler giocare d'azzardo. E allora, rien ne va plus.

 

MATTEO FONTANA

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