Il mercato del Verona tra scelte presenti e programmi futuri

 

Quanto sono lontani i tempi in cui Ferdinando Chiampan si permetteva il lusso (poi pagato con il prezzo più duro: il fallimento e la detenzione in carcere) di rifiutare 14 miliardi di lire, quanto offriva il Milan del neofita Silvio Berlusconi, nel 1986, per Antonio Di Gennaro.

 

Ed è distante anche l’epoca del no – e pure quello, nel calcio del moggismo e della Gea – alla Juventus, pronunciato da Giambattista Pastorello per Adrian Mutu: sarebbero stati pagati gli stipendi fino alla fine di quella tremenda stagione, quella della retrocessione in B, era il 2002, e visto che il mancato versamento degli emolumenti dei giocatori è indicato dai più come la grande causa di quella disastrosa caduta (verità parzialissima), magari avremmo parlato d’altro in questi undici anni e più a Verona.

 

Il mercato di adesso è specchio del paese, come lo è il calcio. Pochi soldi, la crisi che morde, le tasse che uccidono. L’Hellas, nel contesto della sessione di gennaio, si è mosso con oculatezza. Sul piano tecnico, e ben l’ha sottolineato in un suo articolo pubblicato la settimana scorsa sulla Gazzetta dello Sport Roberto Beccantini, la perdita di Jorginho è fatto grave, perlomeno nell’immediato. Andrea Mandorlini ha impostato un gioco preciso con equilibri delicati. Un orologio con l’anima che ha smarrito la bussola. Scelta dolorosa, ha ammesso Sean Sogliano, e l’ha ripetuto, nella sostanza, anche Maurizio Setti.

 

Vi promettiamo che non parleremo più di questa storia. Ma si tratta del tratto di partenza per capire come si sia comportato il Verona in questo periodo. E quali siano le prospettive. Dunque, il presupposto, che lo si voglia o meno, è sempre quello: il pallone è un business. Affari, soldi, money, dinero. Se riesci a far quadrare i conti resti a galla, e se hai piani credibili emergi sopra la superficie. Sennò vai a fondo, dilaniato dai debiti e dall’insolvenza. Che poi l’Italia sia diventato un posto peggiore di molti altri per fare calcio, beh, questo è un discorso più complesso, e colmo di responsabili da cercare nelle alte sfere del potere, e non soltanto quello del football.

 

L’Hellas ha bisogno di pochi punti per salvarsi. Restando in A, altri introiti televisivi. Solidità, futuro. Nuovi acquisti. L’idea di un centro sportivo in cui far crescere i ragazzi del vivaio e permettere alla Prima Squadra di prepararsi in maniera ancora più metodica. Il Verona si è comunque assicurato Marquinho, Pillud e Rabusic. Ha una rosa ampia, con alcuni talenti che aspettano di avere più spazio per esprimere il proprio potenziale. Come Sala, come lo stesso Cirigliano, sostituto designato di Jorginho. Magari non sarà un Hellas europeo (vedremo il responso del campo) quello che scenderà in campo da qui a fine stagione. Forse dovrà abdicare ad ambizioni peraltro non programmate l’estate passata. Il detto popolare del rinunciare a un uovo oggi per una gallina domani può suonare intriso di retorica, ma mica è fesso, e nemmeno rappresenta una favoletta per i grulli.

 

E allora, come cantava il Poeta, “chi vuol essere lieto sia…”. Ma del doman meglio che via sia certezza.

 

MATTEO FONTANA

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